26 marzo 2013

PIOGGIA FANGO E VENTO

Domenica mattina, ore sei e trenta. Suona la sveglia mi alzo e guardo dalla finestra e penso che ormai le previsioni meteo sono davvero molto affidabili.
Ecco di domenica, soprattutto a fine marzo, primi di aprile, quando piove, meglio se la temperatura è abbondantemente sotto i 10°C, vengo preso da una irrefrenabile voglia di pedalare nel fango. Mi accade così. Questa voglia spesso è associata a quella omologa di farsi scartavetrare lo scroto con una carta abrasiva da 100. Sono due voglie che si manifestano in genere a fine marzo, primi di aprile: sempre insieme.

Vestirsi per uscire in bicicletta quando piove è un’azione dolorosa, che rimanda all’insensatezza dell’Universo, alla mistericità insondabile del fato, per chi crede alla reincarnazione, rimanda, a vite passate a livelli primordiali di consapevolezza. Mentre ti vesti sai già che è tutto inutile: ti bagnerai, presto o tardi l’acqua fredda penetrerà gli strati protettivi e lambirà lo scroto. Si sempre lui, sta in basso, in posizione protetta, ma fatalmente raggiungibile.

Ho appuntamento con due altri umani della mie specie sapiens sapiens, tanto per ribadire il concetto, alla stazione di Cremona: ore 7.33 interregionale Mantova-Milano, la via crucis del pendolare basso padano. E’ domenica, il traffico è ridotto ma imperterrito l’interregionale parte con sei minuti di ritardo: vuoto di pendolari, solo tre sapiens sapiens con le loro biciclette.
Arrivo a Milano Rogoredo quasi in orario: prima difficoltà della giornata. Uscire dalla stazione. L’assortito trio imbocca sicuro la rampa di accesso alla metropolitana, al secondo tentativo uno dei tre tenta di andare al binario 5 per salire sul diretto Milano-Cremona: viene bloccato dagli altri due, percosso con durezza inaudita e obbligato a fare 20 flessioni.

Usciti dalla stazione tentiamo di individuare la strada giusta per raggiungere il ritrovo a San Donato: non ci riusciamo al primo tentativo. Non ci riusciamo al secondo tentativo. Al terzo, ormai decisi, si va per di qua: ci avviamo. Strada lungo la ferrovia. Pochi metri e vediamo arrivare un manipolo di ciclisti: provo una strana sensazione di imbarazzo, quasi di vergogna: poveri cristi penso, ma dove cazzo vanno con sto tempo. Mentre rimiro dentro di me tali considerazioni mi accorgo che io conosco quei ciclisti e loro conoscono me e i miei compagni: ho la prima esperienza evangelica della giornata. Calde lacrime sgorgano copiose.

Ora siamo una decina di ciclisti, quasi tutti dotati di satellitari, io mi sono portato pure una mappa cartacea: nasce un simposio su quale sia la strada giusta. Ci sono varie ipotesi, tutte degne di attenzione, uno si stacca dal gruppo e cerca di raggiungere il binario 7, per prendere il diretto Milano-Las Palmas, viene riacciuffato, percosso con grande ferocia e invitato a fare 20 flessione: “cazzo, ma le ho appena fatte, siete cattivi!!!”. Flettiti bene, è la risposta laconica.

Si decide di chiedere ai taxisti. Ecco io trovo sempre fastidioso che mentre chiedi l’informazione ad una persona, il suo amico vicino, inizi a fare commenti su come sei vestito, sul tempo, sul senso di andare in bicicletta quando piove molto; disturba: il confronto è merce pesante.

Primo battesimo metropolitano: forse sbagliamo qualche cosa, forse non seguiamo adeguatamente bene le informazioni del taxista, forse il taxista faceva parte del gruppo Taxisti Contro I Fottuti Ciclisti, sarà quel che sarà, ma ad un certo punto ci troviamo a pedalare sulla rampa di accesso alla tangenziale, mi rammarico di non essermi portato il telepass: la foto di un gruppo di ciclisti che entra in autostrada, la domenica mattina sotto la pioggia…forse guadagnava le prime pagine del Santa Giulia Time.
Prima della partenza, la situazione meteo sembra quasi migliorare, la pioggia diventa meno fitta, pochi minuti e poi riprende a cadere copiosa.

Devo presentare la mia squadra, visto che si tratta di una prova a squadre, presento il gruppo: in ordine di età: Guido, il giovincello del gruppo. In genere dopo due minuti dalla partenza segnala che ha la vescica piena, noi ci si ferma lui la svuota, e dopo pochi minuti ritorna a dire che lui deve liberarsi. Poi dopo che si è liberato inizia ad avere fame, poi freddo, poi ancora voglia di fare la pipì. Tutto questo nella prima mezz'ora in genere. Alla partenza scopre di aver dimenticato tutti i suoi generi di conforto a casa. A Spino d’Adda scoprirà di avere con se tutti i suoi amati generi di conforto ma di aver dimenticato a casa la maggior parte dei neuroni ancora attivi che penso possano essere realisticamente valutati in poche decine. Viene sculacciato con una fascina di rami di betulla e invitato a fare 20 flessioni.

Il secondo è l’Avv.: non c’è prova insensata e fisicamente impegnativa, che lui non scelga di fare dopo mesi e mesi di totale inattività: questa è una di quelle prove. Vederlo pedalare da piacere e inquietudine al tempo stesso. E poi il cronista: dei tre è quello meglio preparato, si fa per dire, era quasi riuscito a prendere il diretto sul binario sette, quasi…si sente la responsabilità di vigilare sulla disciplina di squadra. Le cose andranno come andranno: ci vedevano bene i greci antichi: gli dei sono bizzarri, volubili e dispettosi.

Una particolarità del gruppo: nessuno dei tre pedala una bici di suo possesso. Caso abbastanza raro di cxbikesharing. La squadra ha pure un nome: TRIBALDONI. Tre come i moschettieri, per i più sensibili alla cultura francese, tre come son quelli della santissima trinità, per i più neotestamentari, tre, come le palle che ci vogliono per vestirsi, di domenica, e gettarsi sotto la pioggia. Ecco il tre torna, per gli appassionati di numerologia: squadra pitagorica. Già all’atto fondativo, si manifesta la prima increspatura del reale: il C’ené, si ammala, le voci della città dicono che stia benissimo; è stato visto a fare aperitivi su aperitivi. Alla visita fiscale non si è fatto trovare in casa. L’Avv. coglie al balzo la magnifica opportunità e si inserisce nella squadra: I TRIBALDONI! sono al completo

I km iniziali, sono fatti in gruppo poi alla prima sterrata ognuno va con il suo ritmo: il nostro è allegro e ciarliero.
Tutto procede per il meglio, piove fa freddo e le ruote mordono il fango: ci sono tutti gli ingredienti dell’epica.

Dopo un’ora o poco più prendiamo un sentiero che costeggia l’Adda. Non so come mai, ma in pianura padana, in riva all’Adda, ci sono delle pietre, strano mi dico, siamo in un terreno alluvionale, non dovrebbero esserci le pietre, almeno non così tante. Esplosione, seguita da litania di madonne, santi, e sante di ogni genere. L’Avv ha bucato. “Vero che hai una camera d’aria di ricambio?” gli diciamo fiduciosi della risposta: “no non ce l’ho questo è un tubolare”. Sono momenti che aprono le menti al numinoso, il divino si manifesta, ma subito si nega.

Assistiamo impotenti alle operazioni di insufflaggio della magica schiuma. Nulla, lo sgarro inflitto al tubolare misura circa due centimetri: tanta schiuma entra tanta schiuma esce.

Ci avviamo mestamente a piedi verso il nulla: piove, fa freddo ma non tira ancora il vento.

Da questo momento in poi la gara dei Tribaldoni entra nel regno del Fantabosco. Abbandoniamo la traccia del gps e ci avventuriamo verso un boschetto, in lontananza si intravede un terrapieno: secondo l'Avv. è la paullese. Io non ci credo, ma non ho ipotesi alternative.
Arriviamo a un centinaio di metri dal terrapieno e lo scenario che ci si dispiega è quello di un bosco marcio di fango e foglie: fra noi e la paullese un fiumiciattolo, limaccioso, largo 10-15 metri. Tocca guadare. Faccio una ricognizione ed individuo alcuni alberi abbattuti dalla furia degli elementi: ce la possiamo fare.

“Ema, ma lì c’è un coccodrillo, e pure un cervo…”, mi urla Guido, mi sento genare il sangue nelle vene: seconda esperienza evangelica della giornata. Il coccodrillo esiste e c’è pure il cervo e scopriremo anche il cinghiale. Ma dopo solo dopo aver guadato il rigagnolo.

I tronchi sono solidi, almeno all’apparenza, ma viscidissimi: completamente impregnati dall’acqua, una sottile patina verdastra li copre interamente: provo a farci scorre sopra la suola della scarpa: impensabile camminarci sopra.
L'Avv. inizia a strisciare come un provetto SEALS, attraversa il tronco, io lo seguo e mi metto in mezzo, Guido inizia a passare le bici. In pochi minuti siamo dall’altra parte. Sani e quasi salvi. Quasi, cazzo. Sento una voce che urla: “…da dove siete passati, da dove siete passati, da dove arrivate?”. E noi un po' impauriti indichiamo, con imbarazzo, il fiumiciattolo più sotto.

Ecco siamo dentro alla seconda esperienza evangelica: l’Incontro con gli Arceri del Fantabosco. Mi rendo conto che siamo capitati nel bel mezzo di una manifestazione di tiro con l’arco. L’uomo con faretra e lungo impermeabile verde ci viene incontro e ci spiega cosa sta accadendo: “siete in un campo tiro, è molto pericoloso…”. L'Avv. non si perde d’animo ed inizia ad informarsi sugli usi e costumi di questa simpatica tribù di sapiens sapiens, che alla domenica mattina va nei boschi e si diverte a tirare frecce a sagome di animali di legno.
Veniamo scortati fuori dal campo di tiro e gettati in un campo parecchio fangoso. Siamo in mezzo al nulla, qualche casa in lontananza ma ora la paullese si vede e si sente più chiaramente.

L’attraversamento del ponte sull’Adda è un bel momento di ordinaria follia: arriviamo a Spino d’Adda, non si può proseguire, telefoniamo a Pigi e aspettiamo che ci venga a prendere.

Dopo il Fantabosco anche il bar truce sulla paullese. Se fossimo al cinema saremmo in compagnia di Aldo, Giovanni e Giacomo diretti da Tarantino.

Entriamo ad accoglierci una catasta di oggetti da autogrill però strani: non cibo ma pistole giocattolo, guantoni da box misura baby, pubblicità di corsi di difesa personale. Siamo a Spino d’Adda periferia sud-est di Milano. Forse più brutta della periferia sud-est di Milano c'è solo la periferia nord di Milano. Ci sarebbero gli elementi per ragionare con gli avventori del bar, sul futuro dello sviluppo sostenibile, la possibile riorganizzazione dei servizi di salute mentale e i problemi del dissesto idrogeologico delle provincia di Bergamo. Gli eventi successivi ci sconsigliano dal proporre il progetto.

Il locale è semivuoto solo 4 avventori appoggiati ad un tavolo (non ci sono sedie per sedersi) che si fanno il bianchino, sono le ore 12, ci può stare.

Ci facciamo preparare un tea, alcuni lo bevono altri se lo buttano addosso, allegramente.

I quattro stanno parlando nel classico stile da bar: discorsi che si rincorrono, nessi molto laschi, spacconate, violenza, petti che si gonfiano, frasi roboanti.

Iniziano a parlare dei ciclisti, stiamo entrando nella terza esperienza evangelica della giornata: l’incontro con l’Altro diverso da sé.
Il tipo più in carne, un metro e settantacinque, 90 kg abbondanti dice che lui, e lo dice ridendo in modo sguaiato e saputo, quando incontra i ciclisti gli chiede i documenti e se non li hanno li porta alla centrale per un controllo: scopriamo che abbiamo fra noi un solerte tutore dell’ordine costituito. Prosegue il suo discorso, che si fa sempre più sadico e volgare.

Scusate, dico ai miei, a bassa voce, ma voi ve li siete portati i documenti? Mi guardano e dalle facce capisco che non se li sono portati. Ci si mette anche il barista a dire che lui mette le puntine sulla strada, e giù a ridere…Sono prove, evangeliche, esperienze faticose di rugosità del reale. Il tutore dell’ordine esce dal bar, si appoggia a delle balaustre di legno utilizzate per consumare velocemente il cibo si accende una sigaretta, lo guardo da dentro al locale, aspira con meticolosa attenzione il filtro, sputa uno scaracchio grumoso e guarda verso l’infinito, interrotto dalla paullese, finisce la sigaretta e rientra a farsi un altro bianchino.

Sono perplesso e sfiduciato circa le possibilità di sviluppo dell’umano. Ma cerco di non abbattermi troppo.

Passa una mezzora e Pigi viene a prenderci con un furgone. Carichiamo le bici, l’Avv. e Guido in cabina, io dietro. Agguanto due panini, da un provvidenziale vassoio di cartone (Dio renda merito al buon samaritano PiGi) ed inizio a mangiare pensieroso. Guardo il mio braccio sinistro, fuma, il vapore acqueo prodotto dal mio corpo trapassa la meravigliosa pellicola che avvolge il busto (e mi proteggerà dalla pioggia in modo ineccepibile) e va a creare delle fantastiche volute bianco lattee: sento che sto entrando in un momento proustiano, lo sento, con tutte le mie forze mi concentro sul panino al taleggio. Proust, no, di domenica, alle ore dodici e quaranta, chiuso in un furgone in compagnia di tre bici, dopo aver incontrato l’Arcere del Fantabosco e il Gistiziere della Puallese, Proust, no, potrei andare incontro a più esperienze dissociative. Mangio con attenzione il secondo panino al salame, e ringrazio silenziosamente il prode Antonino che ha fatto buona spesa.

Segnalo solo che Pigi guida il furgone come se fosse una macchina da corsa: staccate secche in prossimità dei semafori, virili ripartenze. Vengo un po’ sballottato, ma va bene così, sono riuscito a superare il momento Proust!

Veniamo depositati, dopo sei km a Pandino: primo ed unico ristoro della giornata. Mangio come un draghetto: ho fame, a me la fame che mi prende quando vado in bici mi piace. E’ una fame semplice, potente, voluttuosa. Cerco di seguire il mio desiderio: pane, sempre, senza niente, poi con il salame, il formaggio, banane, mele, e tanto tea: un po’ lo bevo un po’ me lo rovescio nei pantaloni, così per scaldarmi.

Da quando abbiamo lacerato il tubolare alla ripartenza sono passate più di due ore: inizio ad avere molto freddo, voglio andare via al più presto. Sembra che la squadra mi voglia abbandonare al mio muschioso destino, ma poi un rigurgito di orgoglio virile, porta Guido a riprendere la bici. Per lui sarà una bella prova di resistenza alla fatica: prima il dolore al ginocchio ormai da cambiare, poi un problema al movimento centrale: a Casalbuttano decide di farsi venire a prendere. Sono certo che se non avesse visto il cartello del paese, sarebbe andato fino in fondo. Capisco la sua fatica, lo vedo che stringe i denti: lo saluto e proseguo per il Civico Naviglio.

Ma prima di arrivare a questo punto tocca fare qualche accenno al prezzo di strada lungo il canale Vacchelli. Forse il tratto più difficile e doloroso di tutta la giornata. Piove sempre con molta lena, ma si è alzato un bel venticello, che a volte soffia contro, a volte lateralmente, più raramente da terga.

Gli ultimi km prima di arrivare in località Tombe Morte sono molto impegnativi. Il sentiero che costeggia il canale è costituito da due solchi divisi da uno spazio erboso molto soffice e verdissimo. La pioggia ha riempito i canali laterali rendendo la progressione molto faticosa, ci si mette anche il vento gelido. Guido procede molto lentamente io cerco di stargli vicino, ma mi rendo conto che se pedalo troppo piano mi raffreddo: strana sensazione, in genere associo l’andare piano al riposo, al godimento alla meditazione: niente di tutto ciò, in questo caso, non mantenere il mio ritmo significa andare in affanno. Bizzarrie dell’umano sentire.

Anche se sono ormai bagnato fradicio, a parte il busto che è stato protetto dalla magica cotta elfica di ultima generazione, in modo perfetto, trovo fastidioso gettarmi dentro decine e decine di pozzanghere che accompagnano la strada lungo il canale fino a Tombe Morte. Da lì in poi le cose miglioreranno il fondo si farà più compatto e poi ricomparirà l’asfalto.

A Tombe Morte mi fermo ad attendere Guido ed ho la quarta ed ultima esperienza evangelica della giornata: vedo uno spilungone che arriva dopo di me, appoggia la bicicletta e si mette a fare le flessioni. Gli chiedo se vuole anche una scartavetrata allo scroto con la carta abrasiva del 100 ma non mi risponde, prosegue a fare le sue flessioni. Io sono perplesso, ma ormai è arrivato Guido, mangiamo e riprendiamo di buona lena.

Da Casalbuttano a Cremona sono ormai solo, incontro Mario e Andrea: pedalano lentamente, almeno più di me: la cosa mi pare strana, ma non indago.

Ho fretta di arrivare, il Civico Canale lo conosco, non ci sono più problemi, la mente inizia a pensare alla doccia calda che mi aspetta e poi al cibo: ho nuovamente fame.

All’altezza della Negroni affianco un altro ciclista, mi chiede dove si va per le piscine, lo invito a seguirmi. Due minuti e lo sento urlare: “ho pizzicatooooooo..”. Il primo pensiero è andarmene, il secondo una pistolettata alla nuca, poi mi fermo, lo aiuto, e aspetto che ripari la gomma. Mi sento “buono”, si affaccia l’ultima esperienza evangelica della giornata: la più dolorosa.
Ho molto freddo, sento che tutto il freddo della giornata mi sta invadendo, si sta succhiando tutto il calore che ho faticosamente serbato in me, voglio solo arrivare a casa e farmi la doccia.

Ripartiamo, scorto il compagno di viaggio fino alla sede della Provincia gli do le indicazioni per le piscine e mi dirigo verso casa.

Mentre sono sotto la doccia mi torna in mente la doccia fatta circa un anno fa, in un albergo di Liegi dopo aver passato un’altra giornata molto difficile. Ora rispetto all’allora c’è solo stanchezza ma neanche troppa, freddo ma sopportabile, la sensazione che tutto sia andato per il verso giusto nonostante la giornata infame. Qualche imprevisto lungo il percorso, ma tutto si è tenuto in buon equilibrio. Sono soddisfatto come lo ero un anno fa a Liegi, ma ora la soddisfazione c’è l’ho a portata di mano, allora no, dovetti attendere, il senso di stanchezza e di prostrazione psicofisica non permetteva abbandoni romantici all’autocompiacimento.

Questa volta tutto era alla mia portata: resta un fastidioso dolore al ginocchio sinistro e uno al gomito destro: entrambi scompariranno il giorno dopo.

12 commenti:

Borz ha detto...

bella li Ema.
grande compagno di scampagnate nordiche!!

Alex Adrenalina ha detto...

Io al ginocchio dx e gomito sx, ci completiamo.
Alex

France ha detto...

fantastico!
certo il poliziotto poteva anche chiedervi i documenti, fortuna che avevate l'avvocato.

ema ha detto...

Sarebbe stato bello andare tutti i questura per gli accertamenti di rito: in tre tutti sporchi di fango e senza documenti! Con il Segretario provinciale di SEL in qualità di avvocato difensore.
Le crossate domenicali hanno aperture, inattese, verso l'ignoto.

lodileccolodi ha detto...

Ah ah grande Ema mi sa che vi siete fermati all'autobar Telli... che pustas.

antonino ha detto...

Odissea collaterale

Chicco27 ha detto...

Spettacolare

Bye

cochese ha detto...

altra dimensione!

Anonimo ha detto...

Confermo tutto. Non c'è esagerazione o suggestione di folla nel racconto di Ema.
L'auto bar Telli è stata davvero l'esperienza più mistica, migliore degli arceri.
Il tutore dell'ordine imprecava e beveva e delirava: "io quando li trovo, i ciclisti per strada gli dico - che ci fai qui, tu devi andare sulla cilcabile. E loro: ma lì buco. E io: e io ti buco la testa, ah, ah ,ah, ah. E giù un'altro pirlo. Sembrava di essere in Pulp Fiction, della serie il ragno ha catturate tre mosche.
Lapo

Anonimo ha detto...

Ecco, un po' me la menavo per non avervi fatto tornare indietro al Bocchi per essere caricati, vi sareste persi tutto sto popò di esperienza....Alex

Anonimo ha detto...

Che storia Ema,bravo fotografia perfetta dell'impresa!

Claudio Persegani ha detto...

Leggo solo ora Ema, un racconto molto divertente di un'esperienza ciclistica non propriamente delle più facili... Alla prossima!