22 aprile 2013

CENTINI

L'ultimo post che chiama a raccolta gli ardimentosi ciclisti nel giorno della Liberazione mi spinge a tornare su un argomento già oggetto di un mio post alcuni anni fa e che riposto per insano narcisismo parolaio.
Ci torno volentieri sull'argomento fatica e suoi derivati.
Negli ultimi cinque anni la persona con cui ho fatto il maggior numero di km su strada è certamente Messer Ghido (esiste anche una foto che ci immortala, ad imperitura memoria, sul MuurKappelmuur, e fu solo il coronamento di un lungo e spero duraturo sodalizio ciclopedalante). Devo anche dire pubblicamente che il sopramenzionato Messer Ghido è il ciclopedalante con il quale mi trovo meglio a pedalare.
I centini con il Messer in questione sono sempre pieni di sorprese. Capite bene che uno arriva all'appuntamento e vede appoggiata al muro una bici da crono e capisce che l'uscita in collina mostrerà il meglio nei tratti in pianura demolendo sicurezze costruite in anni ed anni di silenziose elucubrazioni. Sono sorprese! Ribalde!
Ci si trova ai piedi delle colline fidentine: dopo i saluti di rito si passa alla denigrazione del mio vetusto mezzo. Tale attività prosegue nel corso del giro, ma solo nella fase inizia: spesso il mezzo in questione si impadronisce della scena e con rumori sinistri, ostili impuntature del deragliatore, inspiegabili cambiate autarchiche, onerose pesantezze rotanti permette di arrivare rapidamente alle salite, che in collina sono tante e molto piacevoli.
Ecco le salite. Ma un passo indietro, poi torno sulle salite. Per molto tempo ho pensato che l'essenza del ciclismo (su strada) fosse la salita: ancora un po' lo penso, ma meno.
Da qualche tempo, Messer Ghido, si è incapricciato della velocità non motociclistica: pure lui invecchia. Da allora anche la pianura è diventata un piano inclinato.
In una delle ultime uscite, mi trovavo, nella per me strana posizione di tiratore di scia, quando mi rialzo, mi giro e dico: "cazzo ma oggi tira un vento della madonna, perdio, si fa una fatica porca ad avanzare". Dalla retrovia mi giunge un icastico commento: "...un par di coglioni, frocione, lo sai che la resistenza alla penetrazione aumenta col quadrato della velocità...". Riabbasso mestamente la capoccia e riprendo a pedalare con nuovo vigore: la conoscenza fa male, ma spesso aiuta a spingere: capisco che la giornata è tersa e che non c'è vento! Capisco anche che sono un emerito pippone ciclopedalante. Fletto la schiena mi incuneo nella pipa, la addento con voluttuosa incoscienza, arpiono con il naso il manubrio, avanzo di qualche millimetro in sella e riprendo a pedalare, in sudaticcia allegria.
Sono uscite nelle quali sperimento la fatica fisica insensata, non quella del minatore ne tanto meno quella dello studioso che cerca di risolvere l'equazione che regge l'universo, no, si tratta della fatica fisica pura. Si obbliga il corpo a fare un lavoro per il gusto di farlo: ha una sua logica umana, se così non fosse regrediremmo allo stato di amebe, che poi pure loro, per respirare una certa fatica la devono pur fare.
Il Messer Ghido mi porta a fare fatica, lui non me lo dice subito, io non glielo chiedo subito, un po' me lo aspetto ma anche un po' no, mi dico, fra me e me, che se poi certe cose le esterno troppo vengo dileggiato e allora mi incupisco e perdo la giusta posizione in sella...
Ultima uscita, risalente ad una decina di giorni fa, una lunga e panoramica strada in lenta ascesa verso Calestano. La giornata è soleggiata, siamo ad inizio aprile, non fa troppo caldo. La prendiamo allegramente, poi lentamente senza proferir parola aumentiamo la velocità, poi iniziamo a darci cambi regolari, sempre in silenzio, il traffico è molto leggero, ci si può concentrare sul movimento sulla pedalata, sul respiro che aumenta di ritmo, sul giusto rapporto per non marmorizzare le gambe prima del tempo. Proseguiamo così per parecchi km, fino a Calestano. All'entrata nel paese, prima della fontanella, torniamo in noi, il ritmo si abbassa, si passa alla posizione alta sul manubrio, la schiena si deflette, e il silenzio è rotto dalla voce del Messer: "per la madonna questo è andare in bici!", mi giro e vedo la faccia bella rubizza del mio compagno di pedalata, mi dico, ma pure io avrò quell'espressione che impasta il dolore della fatica al piacere di averla fatta? Penso di sì mi rispondo.
Per me abituato per formazione e per inclinazione personale ad utilizzare la parola come mezzo privilegiato per comunicare, l'andare in bici in certi modi è un grande unguento per l'animo. Silenziando la parola, (oltre una certa soglia di fatica diventa più difficile pensare, ma non certamente impossibile), che resta reclusa in un suo piccolo recinto mentale, prende il sopravvento il corpo nella sua animalità: movimento, respiro, movimento respiro, movimento respiro. Solo dopo averlo fatto può essere ricostruito, come sto facendo ora, e possono essere rintracciate delle idee, delle linee di senso.
L'aspetto piacevole è dato dal fatto che tale semplice lavoro di movimento e respirazione viene fatto in compagnia.
Aggiungerei anche, e forse è il cuore del piacere provato, che tale fatica è stata condivisa senza troppi calcoli ne premeditazioni: io ci ho messo il mio respiro e il mio movimento e Messer Ghido ci ha messo il suo respiro e il suo movimento, senza troppi calcoli ne risparmi, almeno da parte mia (ma conoscendo il Messer direi anche da parte sua). Gratuitamente, insensatamente, ostinatamente (che se non ti ostini, quadrato della velocità a parte, non progredisci, mi dico spesso e non solo pensando alla bicicletta).
Probabilmente tale modalità di azione affonda le sue radici nell'età infantile quando il gioco è il vero ed unico "lavoro" che il bambino fa per ore ed ore al giorno, senza che nessuno glielo chieda, così perché giocare è vitale, prima ancora che piacevole, come respirare o sognare durante il sonno.
Per la mia esperienza questo è uno stato di grazia: questo tipo di "lavoro fisico" mi è capitato di svolgerlo con molte persone differenti, alcune anche piuttosto estranee, ma devo dire che solo con poche riesco a trarre un piacere intenso.
A volte, dopo questo tipo di esperienze mi viene da ringraziare la persona che mi ha permesso di farle: a volte lo faccio a voce alta altre in silenzio, quasi mi imbarazza farlo: la genetica ligure spinge verso un'estrema riservatezza che spesso odora di forastico.
Sono certo, almeno per me, che se tale piacere fosse inserito in un discorso di gara a chi va di più il gioco diventerebbe un'altra cosa. Se l'ego si mostra troppo fortemente, nell'affermazione di sé, si perde il piacere, magari si arriva anche prima di qualche cosa o di qualche d'uno, ma...si entra in un'altra storia.




8 commenti:

spiedo ha detto...

EMA ha sudato!!! Non ci prosso credere!!! Ghido grazie da parte di tutti i Lobos!

France ha detto...

piuttosto prova piacere a sudare con Ghido....

ema ha detto...

France tornerò in collina dalle tue parti, anche lì c'è molto da sudare, e pure tu sei un buon compagno di pedalate! Faccio io i paninetti con il prosciutto...

Borz ha detto...

c'è tanto AMMMMORE nell'aria....

ghido ha detto...

9 km al 3% di salita ai 29 di media... La bici è bella quando va forte, non piano

Cene ha detto...

stardo....io non avevo strumenti di misurazione ma lo avevano le mie gambe.....stardi..stardi...e ancora stardi tutti e due

Borz ha detto...

vanno forte... troppo forte...

Anonimo ha detto...

Le uscite con Ghido sono le uniche occasioni che mi permettono di utilizzare i rapporti dal 12 al 15...pensavo di toglierli per aumentare la leggerezza del mezzo, ma poi ho desistito: Ghido mi sfugge!!!

ema